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Full text of "I conti senza l'oste; melodramma comico, di Enrico Cecioni. Posto in musica da Guido Tacchinardi, per rappresentarsi al Teatro Nuovo di Firenze, nella stagione di autunno 1872."

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MELODRAMMA  COMICO 

DI 

ENRICO  CECIONI 

POSTO  IN  MUSICA 

DA  GUmO  TACCHINARDI 


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MELODRAMMA  COMICO 

DI 

ENRICO  CECIONI 

POSTO  IN  MUSICA 

DA  GUIDO  TACCHINARDI 

per  rappresentarsi 
AL  TEATRO  NUOVO  DI  FIRENZE 
nella  Stagione  di  Autunno  1872. 


FIRENZE 

'TIPOGRAFIA  DI  GIUSEPPE  MARIAIfl 
1872. 


PEE80MGGI 


Domenico  Belfiore,  ricco 
possidente,  padre  di 

lEl-vira,  amante  di 

Kinaiaiiao,  giovane  paesano 

Oonte  Dei-Sere,  giovane 
nobile  e  dissoluto. 

jPepolino,  servo  del  Conte. 

Filomena,  cameriera  d'  El- 
vira. 

Nespola,  negoziante  d'Anti- 
caglie. 


Sig.  Antonio  Baldellt 
Signora  Emma  Nascio. 
Sig.  Giovanni  Parmizini 

Sig.  Gustavo  Panìzza. 
Sig.  Cesare  Giusti. 

Signora  N.  N. 

Sig.  'N.  N. 


Coro  di  Servitori,  Contadini,  Mercanti  e  Creditori. 


Il'  azione  è  in  un  villaggio  della  Lombardia. 


ATTO  PRIMO. 


Piazza  del  villaggio  con  mercato.  —  Vari  banchi  ove 
stanno  dei  venditori  gridando  le  loro  merci.  Ad  un 
banco  coperto  di  busti,  statuette,  quadri  ec,  sta 
Nespola.  Popolani  che  esaminano  e  comprano. 

Coro  di  Venditori. 

Buona  tela,  fazzoletti. 
Miglio  e  semi  per  gli  uccelli 
Belle  gioie,  belli  anelli. 
Mode  varie  e  novità. 
Compratori,  a  me  venite. 
Io  vi  vendo  a  buon  partito: 
Questa  è  roba  d'un  fallito. 
Chi  la  vuole,  venga  qua. 


SCEN^  II. 

Entra  Domenico  e  s' accosta  al  banco  di  Nespola  ;. 
i  venditori j^i  popoluni  gli  si  fanno  intorno. 

DoM.  Amico  Nespola, 

Che  ci  hai  di  bello? 
Nesp.  Una  Madonna 

Di  Raffaello. 


Alcuni 

Altri 

Altri 

Tutti 


—  4  — 

DoM.  Mostrala  subito. 

Nesp.  Eccola  qua.  {Mostrandogliun quadro) 

DoM.  Oh  che  portento^, 

Che  rarità  ! 
{con  enfasi)         Pittore  angelico^ 
Gran  Raffaello  \ 
Si  vede  subito 
Il  suo  pennello. 
Coro.  Signor  Domenico, 

Compra  faceste? 
DoM.  Fui  felicissimo. 

Perchè  di  queste  (mostrando  il  quadro) 
Non  se  ne  trovano 
Già  da  per  tutto. 
Coro  Misericordia  !  .  .  .  * 

Ve',  com'  è  brutto. 
DoM.  Eh  !  via,  bestioni. 

State  in  disparte  : 
Volete  intendervi 
D'  oggetti  d'  arte  ? 
I  grandi  artisti  salgono 
Col  mezzo  del  pennello, 
Ovver  dello  scalpello. 
Air  immortalità. 
Ciò  che  a  voi  stolti  sembra 
Informe  scarabocchio. 
Sublime  appare  air  occhio 
Di  chi  apprezzar  lo  sa. 
Ma  questo,  sol  comprendere 
Lo  può  r  uomo  d' ingegno. 
Non  voi,  teste  di  legno 
{Accennaìido  Piene  d'  oscurità. 
il  quadro)   Or  questo,  per  esempio. 

Non  sembra  un  quadro  bello; 
So  eh*  è  di  Raffaello 
Ci  trovo  la  beltà. 
Coro  Scusate,  ma  da  ridere 


Ci  fate  in  verità. 

DoM. 

Burlate  pure^  o  zotici^ 

La  vostra  asinità. 

Coro 

Non  cedete  che  quel  muso 

Non  ha  naso,  non  ha  orecchi  ? 

DOM. 

Fra  gli  antichi  oravi  Fuso 

Tali  inezie  trascurar. 

Coro 

Sono  inezie  ?  ah  ...  ah  ...  ah  .  . 

DoM. 

Mi  destate,  inver,  pietà. 

Vano  è  dire  a  voi  villani, 
arti  belle  ognor  profani. 

Perchè  mai  mi  tengo  cara 

Una  tela  così  rara  : 
Sulle  pecore,  montoni. 

Frutta,  biade,  formentoni. 
Dar  potete  con  criterio 

Un  giudizio  giusto  e  serio  ; 
Ma  sull'arte  dei  pittori?  .  .  . 

Non  è  roba  da  fattori. 


^OENA.  III. 

Il  Conte  e  l^epolino  Che  vengono  passeggiando 
e  discorrendo  fra  loro,  e  l>etti. 

Coro         Ecco  il  Conte. 
DoM.  Qui  dimora  ? 

Coro         Nulla  certo  ancor  si  sa.  (7  venditori  si  ri- 
Urano a  poco  a  poco  trasportando  i  loro  danchi  ; 
Domenico  affida  il  suo  quadro  ad  un  popolano, 
raccomandandogli  d'averfie  cura). 
Pepol.  (Piano  al  Conte,  accennandogli  Domenico), 
Signor,  quello  è  Domenico, 
Padre  alla  bella  Elvira, 
Per  la  cui  ricca  dote 
Più  d'  un  garzon  sospira  ; 


Egli  si  crede  d'  essere 
Dottissimo  antiquario, 
E  un  di,  per  un  Papiro, 
Fe'  acquisto  d'  un  lunario. 
Sogna  diventar  Sindaco 
Per  darsi  grave  aspetto. 
Ma  non  gli  fu  possibile 
Finora  essere  eletto. 
Conte       A  me  la  cura  lasciane, 

Ho  un  tal  progetto  in  mente. 
Che,  se  riesce,  vivere 
Potremo  allegramente. 
Pep.  Se  amico  ve  lo  fate. 

Certa  vittoria  eir  è 
Conte        Fai  conto  sulla  vincita. 

Lascia  pur  fare  a  me.  {Pepolino  si  allon- 
tana; il  Conte  si  accosta  a  Domenico  e  lo  saluta)» 
Conte        Servo  suo.  Signor. 
DoM.  Buon  di. 

Conte        Mio  padron. 
DoM.  La  riverisco. 

(da  se)  (A  me  parla  il  Conte  qui  ! 
Che  vorrà?) 
Conte  Parlarvi  ardisco  ; 

Perdonate  ... 
DoM.  Mi  fa  onore. 

Conte        Anzi,  lei . .  . 
DoM.  Troppa  bontà. 

Conte        Sono  il  nobile  Del- Sere. 
DoM.  Il  figliuol  del  conte  Alberto  ? 

Conte        Esso  appunto. 
DoM.  Ne  ho  piacere. 

Conte        É  a  Domenico  Belfiore 
Amator  delle  arti  belle 
Ch'  io  mi  volgo  ? 
DoM.  Si,  signore, 

A  un  discepolo  d'Apelle. 


—  1- 


Conte        Amo  anch'  io  le  antichità: 
Offro  a  voi  schietta  amistà; 
Accettate  ? 
DoM.  '       Si  figuri  !  .  . , 

(Nella  pelle  più  non  sto). 
Venga  meco,  se  si  degna, 
A  veder  la  galleria, 
Che  posseggo  in  casa  mia. 
Conte  (con  premura)  Volentieri  ci  verrò. 
Se  voi  pur^  caro  amico. 
Verrete  al  mio  palazzo, 
Vedrete  qual  magnifico 
Cervello  tengo  in  guazzo  ; 
Che  sia  di  frate  Angelico 
Ho  qualche  serio  indizio  : 
Posseggo  poi  d'  Abramo 
Il  dente  del  giudizio. 
DoM.  {da  sé)  (Oh  me  fortunatissimo  1 

Non  mi  par  proprio  vero. 
Nel  Conte  ora  ritrovo 
Un  uom  del  mio  pensiero  ; 
Antichità  rarissime 
Possiede  com'  io  bramo  ; 
Il  cervel  dell'  Angelico, 
Col  giudizio  d' Abramo  f) 
Conte        Dunque  amici  noi  saremo 

Per  la  morte  e  per  la  vita. 
DoM.  Per  la  morte  e  per  la  vita 

Sempre  amici  noi  sarem. 
Conte  e     Parlerem  di  Raffaello, 
DoM.  a  2       Michelangioio,  Masaccio, 
Brunellesco,  Donatello, 
Giotto,  Andrea^  Dante,  Boccaccio. 
Di  que'  grandi,  nelle  vene 
Egual  sangue  Dio  ci  die  ; 
Noi  possiam  capirli  bene. 
Che  sappiam  l'arte  cos'è.  {Partono) 


Sala  in  casa  di  Domenico,  Varie  statue  su  piedistalli; 
alle  pareti  sono  appese  armi  antiche,  medaglioni, 
quadri  ec,  da  un  lato  un  gran  caminetto.  Elviira 
sola, 

Elv.    Il  Conte  con  mio  padre 
Ho  visto  adesso  insieme. 
Costui  già  m'  ama,  e  tenta 
Forse  di  conquistarlo  in  suo  vantaggio; 
Ma  invano  spera.  A  Rinaldin  soltanto 
Io  porto  imme^iso  affetto. 
Ma  cosa  fa,  che  ancora 
Non  viene  presso  a  me  ? 
L'  ora  è  trascorsa  e  '1  suo  segnai  non  sento  ; 
Quel  dolce  canto  che  mi  scende  air  alma. 
RiNALD.  \di      Ascolla,  o  diletta 
dentro)        Fanciulla  del  cor, 

Del  tuo  fido  amante 
Il  canto  d'  amor  ; 
Ei  parte  da  un  labbro 
Che  anela  il  tuo  piè 
Gentile  baciarti^ 
Giurandoti  fè  ; 
Da  un  core  che  vive 
Di  speme  e  d'amor. 
Che  lungi  da  Elvira 
Non  ha  che  dolor. 
Elv.  Oh!  Rinaldin  diletto. 

T'amo  d'immenso  amor. 
La  tua  soave  immagine 
Scolpita  ho  nella  mente, 
Sempre  vederti  sembrami 
Dinanzi  a  me  languente. 
Bello  qual'  astro  splendido 
Che  brilla  in  mezzo  al  ciel. 


Ti  chiamo  ognor  con  V  anima. 
Te  sempre  in  sogno  vedo,  ' 
Solo  per  te  so  vivere. 
Solo  al  tuo  amore  io  credo  ; 
Senza  di  te,  impossibile 
Saria  la  vita  in  me. 


FiloMena  entrando  affannata,  e  dletta. 

FiL.        Signora  Elvira,  il  Conte 

Qui  viene  col  padrone. 
Elv.       0  ciel  !  elle  sento.  Corri, 
Affacciati  al  balcone. 
Se  vedi  Rinaldino,  V  allontana  .  .  . 
Digli  che  vien  mio  padre  in  questa  stanza. 
Veder  non  voglio  alcuno  ; 
Dirai.  . .  che  duolmi  il  capo.  {Filomena parte) 
U  alma  pensando  a  lui  trova  riposo  : 
Lo  voglio  e  lo  sarà,  ah  si,  mio  sposo. 
Sol  sua  desidero 
Ed  esser  vo'. 
Ho  detto  d'esserla 
E  la  sarò. 
I  mille  ostacoli 
Sventar  saprò  ; 
Son  donna,  e  vincere 
Voglio,  e  potrò.  {Parte) 

SCENA.  TT. 
Domenico  ed  il  Oonte. 

DoM.  Entrate,  entrate,  o  Conte, 

E  vedrete  le  altre  opere  importanti. 


Conte  {da  sé)  Di  veder  la  ragazza  m'interessa. 
DoM.  {giostrandogli  il  caminetto)  Vedete  quel  camino  ? 
Conte     È  grande,  gigantesco  ! 
DoM,       Già,  già  . .  .  ma  non  è  tutto  ; 

Se  sapeste  chi  è  che  Y  ha  costrutto  ! 
Quel  camin  lo  fè  Vitruvio 

Per  comando  di  Epulone 

Onde  cuocervi  una  cena 

Per  trecento  e  più  persone  ; 
A  cui  diede  dell'  arrosto 

Di  beccacce  e  fringuellotti, 

Beccaflchi  ed  ortolani. 

Tordi,  passere,  merlotti. 
Bovi,  daini,  cinghiali. 

Lepri,  pecore,  montoni. 

Cervi,  struzzi,  anatre,  cigni. 

Galli,  d'india,  oche,  pavoni. 
Tutto  questo  lo  assicura 

Un'antica  pergamena. 

Che  qualcun  dei  convitati 

Scrisse  certo  dopo  cena. 
Con.  Ha  una  storica  importanza 

D' impagabile  valore  ! 
DOM.  Voi  vedrete  in  altra  stanza 

Più  preziose  rarità. 
{cìiiamando)  Filomena.  . . . 

SCEN-A.  ■VII. 
FilomenaL  e  iOetti^  poi  Elvira. 


FiL.  Signore 
DoM.  Chiama  la  figlia  mia. 

FiL.  Offesa  è  da  dolore 

Alla  testa 
DOM.  Che  fia  ? 

La  figlia  mia  ammalata  t  . .  , 


11  _ 


Và,  corri  dal  dottore; 

La  voglio  risanata. 
Elv.  {entrando)  0  padre,  eccomi  qua. 
DoM.  Deh  !  figlia  mia,  mio  core. 

Che  hai  ?  . .  .  come  ti  senti  ? 
EJlv.  Un  poco  di  dolore 

Che  presto  passerà. 
DoM.  {presentando  Elvira  al  Conte) 

Conte,  mia  figlia  è  questa. 
Con.  Affé  !  bella  ragazza. 

Elv.  Ahimè  !  mi  duol  la  testa .... 

DoM.  Maledetto  malor  !  .  .  . 

Con.  Conosco  il  mio  dovere  ; 

Signori,  io  mi  ritiro  ; 
DoM.  Dovete  pria  vedere 

Le  mummie  che  ho  di  là. 
Elv.  {alConte)  Servitevi,  signore. 

Siccome  più  vi  aggrada  ; 

É  lieve  il  mio  malore. 

Spero  mi  cesserà. 
Conte  M'arrendo  a  voi  signora. 

(Non  credo  a  questo  male). 
DoM.  Al  viso  sembra  Flora, 

Che  mal  si  sentirà  ? 
Conte        Vostra  figlia,  caro  amico, 

È  una  perla  per  vaghezza. 

Una  rosa  per  freschezza. 

Una  stella  per  beltà. 
La  mia  mano  ed  il  mio  grado 

Offro  a  lei,  se  consentite 
DoM.  La  grandezza  voi  m'  offrite  f  . .  • 

Anch'  io  stesso  a  voi  mi  do. 
Elv.  (da  sé)  (Fanno  i  conti  senza  Toste.  .  • 

Vedrem  poi  chi  vincerà^. 
DoM.  {da  se')  (La  mia  Elvira  una  contessa 

Quanto  prima  diverrà  ?  . . . . 
Fortuna  inarrivabile. 


—  12  — 

Letizia  inaspettata  ! 
Anch'  io  sarò  invidiabile 
Persona  titolata; 
E  potrò  dir:  carissimo 
Marchese,  come  state  ? 
Barone  eccellentissimo. 
Oh  !  cavalier,  che  fate  ? 
Non  può  il  mio  labbro  esprimere 
Il  giubilo  del  cuore: 
Ho  un  fuoco  nelle  viscere 
Che  delirar  mi  faj. 
Elv.        (Vuol  essere  da  ridere 

Allor  che  s'  avvedranno 
Che  il  loro  intrigo  sciogliere 
Posso  con  un  bel  no. 
Affetto  inestinguibile 
A  Rinaldia  giurai, 
.Nè  sarà  mai  possibile 
Che  a  lui  maachi  di  fé.) 
Conte       (La  sposa  è  un  poco  ignobile^ 
Ha  ruvide  maniere. 
Per  divenir  la  nobile 
Contessa  dei  Dei-Sere  ; 
L'orgoglio  aristocratico 
Però  deve  tacere 
Presso  al  cosi  simpatico 
Suon  degli  scudi  d'  ór) 
DoM.         Venite,  caro  conte, 

Cioè...  genero  mio  : 

La  galleria  ci  aspetta,   {inchinandosi  con 
Bella  contessa,  addio,    caricatura  a  Mv.) 
(Il  Conte  e  Dom.  partono.  Elvira  rimane  pensierosa) 


13  — 


SCENA,  vni. 

!Riiia.l(liiio  e  Detta. 


RiN.  Contessina  I  (con  ironia) 

Elv.  Rinaldino  I 

RiN.  Contessina  t 

Elv.  Vuoi  tacere  ? 

Rirs.  Nobil  sangue...  un  damerino... 

Elv.  Sempre  il  conte  sprezzerò. 

RlN.  Meno  fuoco  ! 

Elv.  Io  già  non  V  amo  ! 

RiN.  L' amerai. 

Elv.  ^              Pria  vo'  morire. 

RiN.  E  comune  questo  dire... 

Poi^  si  vive  per  gioir. 

Elv.  Non  hai  dunque  in  me  più  fede  ? 

RiN.  A  quel  conte  sempre  unita  ! 

Sarà  un  Eden  la  tua  vita. 

Elv.  e  parlar  mi  puoi  cosi  ? 


Tu  mi  credi  una  fraschetta 
Mentre  io  sono  a  te  fedele; 
Tale  insulto  è  si  crudele^ 
Che  a  te  caro  costerà. 

Vuoi  del  conte  sia  la  sposa  ? 
La  sarò  per  tuo  dispetto; 
Ma  pur  troppo  il  cor  nel  petto 
Dal  dolor  mi  scoppierà. 
RiN.  Se  a  costui  non  porti  affetto. 

Perchè  mai  gli  desti  ascolto. 
Quando  fìsso  nel  tuo  volto 
Favellava  a  te  d'  amor  ? 

0  mia  Elvira,  soffro  troppo; 
Deh  !  discaccia  il  mio  rivale  : 
Rio  furore  il  cor  m'  assale 
Nel  vederlo  insieme  a  te. 


—  14  — 

Sarai  mia? 
Elv.  No;  voglio  il  Conte 

RiN.        Che  mai  dici? 
Elv.  Tu  sospetti 

Del  mio  cor... 
Rm.  Va  lungi,  ingrata! 

Mai  per  me  provasti  amore. 
Elv.       Del  mio  affetto  hai  dubitato... 

(Ora  voglio  vendicarmi.) 
RiN.         Per  pietà  non  disprezzarmi. 

Troppo  vivo  è  'I  mio  dolor. 
Elv.        a  sentirsi  dir:  contessa  I... 

Una  donna  è  lusingata. 
RiN.         Vuoi  tacer? 
Elv.  Poi  corteggiata 

Da  marchesi  e  cavalieri... 
RiN.         Ogni  detto  il  sen  mi  spezza  ! 

Sei  una  donna  senza  cuor. 

Ho  deciso.  Addio,  signora,  {s'avvia  risolu- 
Elv.        Dove  andate?  tamente  per  partire) 

Rm.  Che  v'importa? 

Siate  certa  che  fra  un'  ora 

Io  cadavere  sarò. 
Elv.  {fra  se)  (Va'  veder  cosa  sa  fare. 

Ma  non  va...) 
RiN.  Però  v'  avverto 

Che  mi  voglio  vendicare, 

E  che  il  conte  ammazzerò. 
Elv.         (Va  davvero) 
RiN.  Addio  per  sempre... 

Elv.  Rinaldino...  {agitata) 
RiN.  Mi  chiamate  ?     {con  premura) 

Elv.         Non  partir. 
RiN.  Dunque,  m'amate? 

Elv.         T'  amo,  si,  con  tutto  il  cuor. 

Io  scherzava. 
Rm.  Dici  il  vero? 


~  15  ~ 

La  speranza  mi  ridoni. 
Elv.        Sprezzo  il  conte:  mi  perdoni? 
RiN.         Se  tu  m'  ami. 
Elv.  amo,  si. 

Vieni,  0  diletto, 
Senti  il  mio  core, 
Palpita  in  petto 
D'  amor  per  te. 
Dei  pensier  miei 
V  unico  oggetto, 
Caro,  tu  sei. 
Credilo  a  me. 
0  solo  mio  bene. 
Sarò  tua  consorte  ; 
Soltanto  la  morte 
Può  togliermi  a  te. 
RiN.  La  vita  mi  rendi 

Di  nuovo  preziosa  ; 
Sarai  mia  sposa. 
Io  tuo  sarò. 
Nuli' altro  desio 
Che  avere  il  tuo  amore, 
Disprezza  il  mio  core 
Ogni  altra  beltà. 


^OENA.  IX. 

Entrano  improvvisamente  il  Oonte  e  Domenico. 
Detti  e  poi  F'ilomena. 

DoM.         Che  è  mai  questa  faccenda?... 
Elv.         (0  ciel  I...  mio  padre...) 
RiN.  (0  Dio  I...) 

DoM.         Chi  r  ha  introdotto  ? 
RiN.  (Orrenda 

Situazione  I) 
Elv.  (risolutamente)  Io. 

m 


—  16  - 

DoM.         Ed  avesti  tanto  ardire? 

Elv.  Perdonate. 

DoM.  Nulla  ascolto. 

Arrossir  dovresti  in  volto;  - 
Civettuola,  via  di  quà. 
RiN.         Finalmente  io  sono  onesto; 

Amo  Elvira  e  son  riamato. 
DoM.         Taci,  egli  è  delitto  ques-to 

Che  pronunzi,  o  sciagurato. 
RiN.         Il  delitto  è  in  chi  contrasta 

A  due  cuor  felicità. 
DoM.  Arrogante  I  basta...  basta. 
(chiamando)  Filomena,  presto  qua.  {entra  Filomena) 
Elv.  (Sii  prudente,  e  sarò  tua.)  {sottovoce  a  Rinaldo) 
RiN.  (A  te  cedo,  e  non  a  lui.)  (piano  a  Elvira) 
DoM.  ^  Chi  introdusse  qui  costui  ?  {a  Filomena) 
FiL.  Mio  signore,  nulla  io  so. 

DoM.         Fur  traditi  gli  ordin  miei  ; 

Saper  voglio  il  traditore... 
Elv.         Mio  diletto  genitore.... 
DoM.         Non  ti  credo;  via  di  qua. 
{a  Filomena)  Chiama  Sguatteri,  Staffieri, 

Servitori,  Camerieri, 

Ortolani,  Contadini, 

Tutti  quanti  i  miei  vicini: 
Io  li  voglio  esaminare. 

Giudicare,  condannare. 

Ed  il  reo  che  troverò. 

Di  mia  casa  caccerò.  {Filomena  parte) 
Elv.  {piano  a  Rinaldo) 

Ti  scongiuro,  abbi  pazienza. 
RiN.  {ad  Elvira  piano) 

Userò  per  te  prudenza. 
Conte  {da  sé)  (Fra  di  lor  sono  d'accordo^ 

Ma  r  intrigo  guasterò. 


17  - 


Coro  dli  Sea*vitoi-Ì9  Oontadlini  e  Detti. 

Coro  Ci  chiamaste  ?  Comandate. 

DoM.  Tutti  intorno  a  me  venite: 

State  attenti^  ed  ascoltate 

Quanto  dire  or  vi  saprò. 

Qui  si  trova  un  traditore. 
Coro  Che  mai  dite?  Chi  sarà? 

DoM.  Chi  si  fece  introduttore 

Di  quel  bel  signore  là.    [accennando  Ri- 
Coro  Noi  sappiamo.  naldino) 

DoM.  Noi  sapete? 

Coro  No,  signor. 

DoM.  Lo  trovo  io. 

Tutti  fuori  quanti  siete. 
Elv.  Padre  mio  !... 

Coro.  Signor,  pietà. 

DoM.  {da  sé  pavoneggiandosi) 

(Far  per  uno  soffrir  tutti 

E  grandezza  da  Sovrano; 

Io  ci  avrei  piuttosto  mano 

A  far  r  uom  d'  autorità.) 
Ely.  (da  sé)  (Per  entrare  in  grazia  al  Conte 

Fa  l'austero,  il  padre  mio; 

Ma  però  ci  sono  anch'io, 

Ed  amor  m'assisterà.) 
RiN.  {da  sé)  (E  in  omaggio  al  mio  i^ivale 

Che  si  fa  tal  prepotenza; 

Ma,  col  tempo  e  la  pazienza. 

Ogni  cosa  bene  andrà.) 
Con.  (da  5^')  (La  partita  è  guadagnata. 

Ho  il  vecchietto  dalla  mia; 

Ella  ha  un  po'  di  ritrosia. 

Ma  col  tempo  cederà.) 


—  18  — 


Coro  {fra  (Il  padron  ci  ha  licenziati, 
lord)       Mentre  slam  tutti  innocenti; 

Questo  è  far  da  prepotenti^ 
E  dobbiamo  protestar.) 
Elv.  {a  Do-  Sol  colpevole  son  io, 

menico)     L'ira  vostra  in  me  scagliate 
Gr  innocenti  perdonate  .... 
DoM.  Fu,  fraschetta,  dèi  tacer 

Con.  Via,  signor,  siate  indulgente. 

Concedete  a  lor  perdono. 
DoM.  A  voi  cedo. 

RiN.  (A  lui!...) 

Con.  Lda  se)  (Io  sono 

Già  padron  del  suo  voler.) 
DoM.  {con  importanza) 

Perdono  a  tutti,  —  Sono  clemente. 
La  grazia  faccio  —  Dell'  amnistia  : 
Sia  r  alma  vostra  —  Riconoscente 
Del  signor  Conte  —  Alla  bontà. 
Un  solo  escludo,  —  Quest'è  il  signore;  {accen- 
Esca  air  istante  —  Di  casa  mia,  nandù  Rin.) 
E  più  non  osi,  —  Il  traditore. 
Di  presentarsi  —  Dinanzi  a  me. 
RiN.  Io  scacciato  ?  .  .  . 

Elv.  {piano)  (Taci,  ah,  taci)  I  .  .  . 

RiN.  Tal  insulto .... 

Elv.  (Deh  !  ti  calma. .  . 

Lascia  pur  che  il  Conte  rida. 
Io  sua  sposa  mai  sarò.) 
{da  sé)    (Per  quante  trame  ordiscano 
Del  nostro  amore  a  danno. 
Resister  non  potranno 
Al  mio  fermo  voler. 
Tutte  le  astuzie  in  opera 
Porrò  del  mio  cervello, 
AUor,  Contino  bello, 
Vedrem  chi  vincerà) 


—  19  — 

RiN  (da  sé)  (Ad  un  insulto  simile 

L' ira  mi  bolle  in  seno, 
A  stento  or  qui  mi  freno, 
Ma  pur  vendetta  avrò. 
Voglio  che  questo  nobile. 
Spiantato  ed  arrogante, 
Mi  venga  un  di  davante 
Ad  implorar  pietà.) 

Conte  {da  sè)  (Mi  fa  pietà  quel  misero 
Giovane  innamorato 
Che  trovasi  scacciato 
In  faccia  al  suo  rivai. 
Di  gelosia  V  aculeo 
Nel  core  egli  si  sente  ; 
Ve' come  fieramente 
Lo  sguardo  volse  a  me). 

DoM.  {da  sé)  (Con  questo  mio  procedere 
Magnanimo  ed  altero. 
Devo  sembrare  un  vero 
Uomo  di  qualità. 
I      Voglio  mostrare  al  genero 
Che  i  modi  da  signore 
Non  sono  per  Belfiore 
Punto  una  novità) 

Coro.         La  nube  alquanto  torbida 
Che  dianzi  era  addensata 
Dal  volto  del  padrone. 
Scemò  d'intensità. 
Il  Conte  ha  tutto  il  merito 
D*  averla  dileguata. 
Si  riconosce  subito 
La  vera  nobiltà. 


Fine  dell'  Atto  Primo. 


ATTO  SECONDO 


SCENA.  1. 

La  scena  rappresenta  un  luogo  solitario  di  campagna 
R;iiial<liiio  pensoso^  con  una  lettere  in  mano. 

RiN.  Questa  lettera  Elvijra 

Con  premura  mi  manda. 

Che  mai  vorrà?  Sentiamo,  •  .  ' 

{Legge)      «  Diletto  Rinaldino 

Questa  sera  del  Conte  nella  villa 
Avrà  luogo  una  festa  ;  ivi  il  contralto 
Sottoscriver  dovrò  delle  mie  7iozze 
Con  lui,  Son  disperata.  A  te,  se  m' ami, 
Spetta  salvarmi  da  si  triste  fatto.  » 
0  ciel^  che  sento  !  Perdo  la  mia  Elvira,. . . 
Come  fare  a  salvarla?  Amor,  m'ispira. 
Quando  ricordo  i  teneri 

Sospiri  e  i  dolci  sguardi. 

Che  dentro  al  cor  flggevansi 

Siccome  acuti  dardi. 

Più  vivo  sento  il  palpito 

Soave  deir  amor. 
Come  potrò  dividermi 

Da  lei  che  '1  cor  mi  vinse  ? 

Come  potrò  riflettere 

Che  ad  altri  Imen  l'  avvinse? 

Ah  no  I  non  è  possibile, 

È  troppo  rio  dolor. 


—  21  ~ 


SCENA.  II. 
Ooro  dli  contailiiii  e  detto. 


Coro  Rinaldino ... 
RlN.  Amici  miei. 

Coro  Perchè  qui  tristo^,  pensoso  ? 

RiN.  Penso  al  bene  che  perdei. 

Coro  Che  mai  turba  il  tuo  riposo  ? 

RiN.  Di  quel  Conte  mio  rivale 

Gli  ingannevoli  artifìci. 

Coro  Come,  il  Conte  tuo  rivale  ? 


Non  temerlo,  fatti  cor. 
Di  città  se  n'  è  scappato 
Deludendo,  i  creditori. 
Che  lo  voglion  carcerato 
Se  non  paga  il  suo  dover. 
Ora  cerca  avere  in  moglie 
La  fanciulla  che  tu  adori. 
Ma  r  oggetto  di  sue  voglie 
È  la  dote^  e  non  F  amor. 
RiN.  Dite  il  ver  ? 

Coro  Non  dubitare. 

Senza  indugio  i  creditori 
Di  costui  devi  cercare, 
E  condurli  tutti  qua. 
-  Quando  il  padre  deir  Elvira 
Chi  sia  il  Conte  apprenderà. 
Tu  vedrai  che  acceso  d' ira 
Di  sua  casa  il  caccerà. 
RiN.  Buoni  amici,  vi  ringrazio  ; 

Gran  servizio  è  stato  questo. 
Coro  Và,  procura  di  far  presto, 

Se  no  il  Conte  te  la  fa. 
Hai  capito?  Addio. 
RiN.  Addio 


—  22  - 


Cono  Ritorniamo  a  lavorar,  {partono) 

RiN.  Di  quale  immenso  giubilo. 

Mi  sento  pieno  il  core  I 
Ritorna  in  me  il  vigore. 
La  fè  neir  avvenir. 
Di  questi  giorni  torbidi 
Trascorsi  nel  dolore, 
D'Elvira  il  puro  amore 
Compenso  a  me  sarà. 


SCENA.  HI. 
Il  Conte  in  abito  da  caccia,  e  detti. 


RiN.  {da  sé) 
Conte  {da  sé) 


RiN.  {c.  s.) 
Conte 

RiN. 

Conte 

RlN. 

Conte 

RlN. 

Conte 

Rin.  {risoluto) 


(Viene  il  conte.  Vado  o  resto?) 
(Qui  costui?  In  questi  luoghi 
Se  ne  vien  solingo  e  mesto, 
Poveretto,  a  sospirar, 
(Di  parlarmi  non  ardisce) 
Si  va  ben  di  qui  al  villaggio? 
Torna  forse  dal  viaggio. 
Come  Flik,  in  Oceàn? 
Da  cacciar  son  di  ritorno 
(Fa  r  arguto,  il  giovinotto  I) 
Ha  ammazzato  ? 

Un  sol  merlotto 
Ebbi  sorte  d*  incontrar. 
Pur,  ci  sono  — 

Si,  davvero. 
Dei  merlotti  è  proprio  il  posto. 
Vale  a  dir  ? 
Conte  {senza  rispondergli)    Non  son  disposto 
Per  le  selve  a  camminar. 
Più  m'  alletta,  del  paese 
Il  cacciar  le  forosette. 
RiN.  State  in  guardia  f  


—  23  — 

Conte 

Le  vendette 

Dei  gelosi  so  sprezzar. 

Qui,  nel  prossimo  villaggio. 

C  è  un'  angelica  ragazza 

Che  d'  amor  sembrava  pazza 

'Per  un  timido  garzon: 

Io  mi  sono  offerto  a  lei, 

Ella  ha  subito  accettato. 

Tanto  è  ver,  che  stipulato 

Il  contratto  oggi  sarà. 

RlN. 

E  r  amante  ? 

Conte 

Ebben,  l'amante 

Passeggiando  la  campagna. 

Piange,  spasima,  si  lagna 

Di  colei  che  lo  tradì. 

Non  lo  nego,  compassione 

A  me  fa  quel  poveretto. 

RiN.  {da  sé) 

(Se  sapesse  il  mio  progetto 

Cesserebbe  di  burlar). 

Permettete  che  alle  nozze 

Io  provveda  gV  invitati  ? 

Conte 

Volentier. 

RiN. 

Mi  saran  grati 

Certamente  del  favor. 

Conte 

Giovinetto;  son  sicuro 

Che  da  rider  ci  sarà. 

Non  è  ver  ? 

RiN. 

Per  voi,  chi  sa  ! 

Conte 

Come,  no? 

RlN. 

Vedremo  allor. 

Conte  (da  sé)  (Le  sue  parole  ascondono 

Qualche  risoluzione; 
Però  non  potrà  nuocermi. 
Codesto  semplicione. 
Sarebbe  bella,  diamine. 
Che  il  timido  garzone 
Potesse  a  un  tratto  giungere 


—  24  — 

A  farla  in  barba  a  me.) 
RiN.  {da  sé)   (Se  tu  sapessi,  o  stolido. 
La  mia  risoluzione 
Più  non  potresti  ridere 
Pensando  alla  prigione. 
Sarà  pur  bella,  diamine. 
Vedere  il  semplicione 
Tutto  ad  un  tratto  giungere 
A  farla  in  barba  a  te.) 


Conte  Dunque,  addio. 

RiN.  A  questa  sera. 

Conte  Gr  invitati  ? 

R[N  Condurrò. 

Conte  Vogliam  rider....  non  mancate 

RiN.  Siate  certo  che  verrò. 

[Partono  da  opposte  parti). 


SCENA.  IV. 

Sala  in  casa  di  i>o2M.eiiico,  come  nelV  atto  primo. 
Elvira  entra  pensierosa, 

Ely.  Povero  Rinaldino  !  Ognor  mi  sembra 

Ascoltar  la  tua  voce. 
Che  mai  sarà  di  me  da  te  divisa, 
E  divisa  per  sempre? 
A  tal  pensier  la  mia  ragion  si  perde. 
E  fuggir  non  poss'io  la  trista  sorte! 
Nuir  altro  a  far  mi  resta. 
Che  rassegnarmi  al  mio  crudel  destino. 
Addio  dorati  sogni. 
Addio  speranze  amate, 
Saran  le  mie  giornate 
Trascorse  in  mezzo  al  duol. 
Più  nulla  omai  possiedo 
Di  caro  nella  vita. 


—  25  — 


Da  me  s'  è  dipartita 
Ogni  felicità. 
Ed  io  dovrò  soffrire 

Che  mi  si  spezzi  il  core. 
Che  di  mia  vita  il  fiore 
Si  debba  avvelenar  ? 
Badi  bene,  il  signor  Conte, 
Tenga  gli  occhi  sempre  aperti. 
Che,  se  poi  mi  salta  l'estro. 
Mi  potrei  vendicar I... 
Ma  che  dico,  sciagurata? 
Quali  mai  progetti  ho  in  mente  f 
Meglio,  0  Elvira,  esser  paziente. 
Che  mancare  al  tuo  dover. 


Domenico  in  veste  da  camera,  e  <letta. 

DoM.    Elvira,  figlia  mia. 

Ascolta  che  bel  sogno  mi  son  fatto. 
Elv.     Ci  fu  il  Conte  . . . 
DoM.  Lo  so. 

Che  degno  gentiluomo  !  Mi  promise 
Di  farmi  elegger  Sindaco  .  .  .  capisci  ? 
Avverato  il  mio  sogno  alOn  sarà. 
Stanotte  T,  ho  sognato. 
Vien  qui,  tei  vo'  narrare.  Attenta  stai, 
E  di  sale,  scommetto,  resterai. 
Mi  sognai  d'  essere  un  pesce 
Dentro  un  piccolo  stagnetto. 
Che  crescendo  a  poco  a  poco 
Diveniva  un  bel  laghetto  ; 
Ed  io  pure,  a  colpo  d'  occhio. 
Mi  cambiava  in  un  ranocchio. 
Tosto  un  mar  diviene  il  lago  ; 
Io  mi  cambio  in  pesce- spada. 


—  26  — 


E  discerno  un  pescatore^ 
Che  seduto  sulla  rada. 
Tende  a  me  1'  amo  con  V  esca 
Tutto  attento  a  si  gran  pesca: 

Quando  il  mar,  dianzi  tranquillo. 
Forte  scroscia  e  va  in  furore. 
La  bufera  indiavolata 
Fa  scappare  il  pescatore  ; 
Ed  io  poi,  da  furios'  onda, 
Son  gittato  sulla  sponda. 

Sbalordito  dal  grand'  urto 
Mi  rinvengo  a  poco  a  poco  : 
Apro  gli  ocelli  ....  e  con  sorpresa 
Mi  ritrovo  in  un  bel  loco. 
Pieno,  zeppo  in  tutti  i  lati 

animali  smisurati. 
Io  li  osservo  attentamente 
E  che  vedo  ?  Ruminanti, 
Pachidermi,  batrachiani. 
Sciami  immensi  di  ronzanti  : 
Parea  insomma,  credi  a  me. 
Proprio  r  arca  di  Noè. 


SCENA.  VI. 

Entra  frettolosamente  Filomena  e  detti^ 

FiL.  Ah  !  padrone. 

DoM.  Non  seccarmi. 

FiL.  Senta,  veh  !  . .  . 

DoM.  Lasciami  andare. 


DoM.  {stizzito)  Mi  vuoi  lasciare  ?  {Filomena  parte) 
{continuando  a  7%arrare  il  sogno) 


FiL 

DoM. 

FiL. 


V  è  di  là  .  . . 


Ora  non  posso. 


Che  ho  da  dir  ?  ... . 


—  27  — 


Quando  a  un  tratto,  sparisce  la  luce, 

E  quel  luogo  divien  bujo  e  truce. 
Sorge  il  sol .  . .  Si  presenta  allo  sguardo 

L'evo  medio  feroce  e  gagliardo. 
Con  le  bestie,  che  dianzi  abbiam  visto. 

Or  crociati  al  sepolcro  di  Cristo; 
Ed  io  stesso  mi  trovo  cangiato 
Nel  somaro,  che  fu  si  beato 
Di  portar  sulla  groppa  smagrita 
Nientemeno  che  Pier  1'  Eremita. 
Per  aver  queir  uom  servito 
Con  costanza  e  devozione. 
Vengo  subito  insignito 
Del  bel  grado  di  barone. 
Divenuto  un  pezzo  grosso 
Per  ricchezza  e  per  blasone. 
Tosto  a  me  vengono  addosso 
D'ogni  classe  le  persone. 
Di  più  voci  sento  un  chiasso 
Che  mi  fanno  grandi  evviva; 
Io  le  guardo  d'alto  in  basso 
Con  freddezza  e  dignità. 
FiL.  {rientrando)  Sor  padrone,  è  un  brutto  affare. 
DoM.  {voltand.  incollerito)  Vai...  nè  più  mi  disturbare. 

(Filomefia  si  ritira  in  disparte,) 
{seguitando  il  sogno,) 

Cosi  reso  notabile. 
Per  esser  titolato,  - 
M'  atteggio  a  diplomatico^ 
Chiacchero  dello  stato, 
E  sopra  i  miei  spropositi 
Serba  silenzio  ognun. 
Cito  Pandette,  Codici, 

Benché  di  legge  ignaro  ; 
Alfln  mi  fanno  sindaco  ! 
Bel  Potestà  somaro  ! 
{ved.  Filomena)  Mi  sveglio....  Che  insistenza! 


—  28  — 


Ebben  ? 
FiL.  Molte  persone 

Di  là  vogliono  udienza. 
DoM.         Udienza  ? 
FiL.  Si,  padrone. 

Dicon  che  siete  stato 
Eletto  potestà. 
DoM.  Io?!... 
FiL.  Lo  dicon. 

DoM.  Figlia  mia, 

Vedi?  il  sogno  s'avverò. 
Elv.         V  è  qui  sotto  qualche  imbroglio^ 

Io  però  lo  scoprirò. 
DoM.         Sento  il  cor,  per  T allegrezza, 
Palpitare  a  più  non  posso  : 
Fino  al  colmo  dell'  ebbrezza 
Trasportato  è  il  mio  pensier. 
Comandare  ai  magistrati  1 
Dominare  gli  impiegati  ì 
Far  le  strade,  case,  ponti, 
E  al  cassier  mandare  i  conti  ! 
Far  immense  espropriazioni 
Di  migliaia  e  di  milioni  ! 
Far  promesse  in  abbondanza 
E  poi  nulla  mantener..  .. 
Oh  che  sindaco  solerte. 
Operoso  che  sarò  ! 
A  te  vengo,  umano  greggie , 
Io  guidarti  ben  saprò. 


Fine  dell'atto  secondo 


ATTO  TERZO 


Sala  da  dallo  nella  villa  del  Conte,  Oampag-nuoli 
ciie  danzano;  mdi  il  Comte  e  JPepolino. 


Conte         Come  va.  Popolino? 

Pep.  a  meraviglia  ! 

Tutto,  tutto  va  ben. 
Conte         II  notaro  ? 
Pep.  Fra  poco  sarà  qui. 

Conte         Alfln  vincemmo. 
Pep.  e  là  vittoria  è  bella. 

Conte         Ma  il  rivai  ? 

Pep.  Brucierassi  le  cervella. 

Conte         E  questa  festa  chi  la  pagherà  ? 
Pep.  Voi  no.  Le  rose  toccano  agli  sposi; 

Le  spine  si  riserbano  al  papà. 
Conte         Amici,  questa  sera 

Voglio  che  stiamo  allegri; 

Con  lieti  canti  e  con  giulive  danze 

Vo'si  festeggi  il  mio  nuzial  contratto. 

Popolino. 
Pep.  Signore. 
Conte         Mesci  del  vino  a  questa  brava  gente. 
Coro  Tocchiam  del  conte  al  merito. 

Si,  si,  tocchiam,  tocchiam. 


{vengono  portali  MccMeri  e  vino  da  dei  servitori) 
Mesci,  adorabile 
Servo  devoto. 


—  30 


Non  far  che  il  calice 
Rimanga  vóto. 

Nel  vino  scordasi 
Ogni  dolore, 
E  in  mezzo  al  giubilo 
Trascorro!!  V  ore. 

La  vita  rapida 
Fugge  e  sen  va  ; 
Il  tempo  involaci 
Grazia  e  beltà; 
E  allor  che  restaci, 
D'  ogni  piacere  ? 
Quello  che  trovasi 
Dentro  al  bicchiere 
Conte  Evviva  il  limpido 

Caro  licor 

Che  il  gaudio  suscita 
In  ogni  cor. 
Beviamo  intrepidi. 
Orsù,  beviam  I  . . . 
Coro  Del  Conte  al  merito 

Tutti  tocchiam. 


SCENA.  II- 

I>oiiieiiico9  'EH-vis-n.  e  dietti.  I coristi  SÌ  allontanano 

passeggiando, 

DoM.  Eccomi,  conte  genero; 

È  giunto  alfìn  l'istante... 
Conte  Che  al  Sindaco  davante 

L'  Elvira  sposerò. 
Elv.  {da  sé)  (S'  appressa  il  gran  momento, 

E  Rinaldin  non  viene.) 
DoM.  (Già  sento  nelle  vene 

Scorrermi  il  sangue  bleu.) 


—  31  ^ 


Conte       Poiché  vedo  tardare  V  amico 

Che  doveva  condurmi  i  padrini. 
Per  non  perdere  un  tempo  prezioso 
Suppliremo  con  due  contadini. 

J)OM.{dasé)  (J)\xe  villani  padrini  d'un  Conte?  — 

Manderei . vo'  mandar  tutto  a  monte.) 

Conte       Dico  ben  ? 

DoM.  Ma  che  bene  ?  benone  ! 

Quando  parla,  mi  par  Salomone. 

{Il  Conte  parte) 

SCENA.  III. 
XiTinaldìiio  vestito  all'  Orientale,  e  detti 

RiN.  {piano  ad  Elvira  e  non  veduto  da  Domenico) 

Siamo  salvi 
Elv.  {riconoscendolo       Sei  tu  Rinaldino  ? 
RiN.  Si;  mi  lascia  col  padre  un  istante: 

Due  parole  gli  dico,  e  il  Contino 
Senza  sposa,  vedrai,  resterà.  {Elvira  si 
RiN.  {avvicinandosi  a  Domenico)  allontana) 

Scusi,  mio  buon  signore. 

Il  Sindaco  ? 
DoM.  Son  io. 

RiN.  Permette  due  parole? 

DoM.  Dica.  Che  cosa  vuole  ? 

RiN.  Io  sono  un  negoziante. 

Che  dopo  molti  stenti. 

Ritorno  dal  Levante 

Con  perle  sorprendenti. 

Smeraldi,  opal,  brillanti 

Di  mille  qualità. 
DoM.  Oggetti  di  tal  sorte 

Son  belli . . .  sono  vaghi . . . 

Ma,  a  me,  non  me  ne  importa. 


—  32  — 


RiN.  Non  preme;  ella  mi  paghi. 

DoM.  Vi  paghi? 

RiN.  Signor  si. 

DoM.  Che  cosa? 

RiN.  Il  conto  e  qui. 

DoM.  Che  conto? 

RiN.  (^^m  fuoyn  delle  carte)  "Vuol  vedere? 

Son  trentamila  lire. 

Che  devemi  il  Del- Sere. 
DoM.  (Mi  fa  rabbrividire.) 

RiN.     '  Per  posseder  tal  genero 

Ella  mi  pagherà. 
DoM.  Volete  il  Conte  offendere 

Con  delle  falsità. 
RiN.  Le  pare  inverosimile  ? 


Stia  dunque  ad  ascoltar. 
Egli  è  tanto  rovinato 
Per  il  giuoco  e  ballerine^ 
Che  di  notte  è  qui  scappato 
Onde  giungere  al  confine; 
Incontrò  la  vostra  figlia, 
E  pensier  tosto  mutò. 
Ma  r  amor  che  in  cor  gli  nacque 
La  fanciulla  non  destava. 
Fu  la  dote  che  gli  piacque. 
Che  con  quella  egli  sperava 
I  suoi  debiti  pagar. 
Ed  il  suocero  burlar. 
DoM.  {da  se)  (Ma  sarebbe  proprio  vero 
Ch'  egli  sia  un  indebitato. 
Della  career  nel  sentiero 
Già  bel  bello  indirizzato? 
Se  si  avvera  questo  dubbio 
Io  lo  mando  a  far  squartar.) 


SCEISTA  IV. 


Il  Conte  con  due  testimoni.  Poi  Elvira 
e  Coro  di  creditori. 


Conte         Trovato  ho  i  testimoni  ; 

Suocero,  a  voi,  firmate. 
RiN.  Se  prima  non  pagate   {piano  a  Domenico) 

Io  non  vi  lascio  andar. 
Conte         Ma  dunque...  che  si  attende  ? 
{Entrano  Elvira  ed  i  creditori,  i  quali  circondano  il  Conte) 
Coro  Signor,  pria  di  firmare 

Vogliateci  pagare. 
Conte         Cielo  !  chi  veggo  qui. 
Coro         (Tu  credevi,  o  sciagurato^  {piano  al  Conte) 

Di  fuggirci  dalle  mani  ; 

Non  avresti  mai  pensato 

D'esser  preso  all'indomani: 

Or  non  più  ci  fuggirai. 

Se  non  paghi  il  tuo  dover.) 
Conte       (Se  tardavi  un  solo  istante 

Che  potessi  tòr  la  sposa 

Con  la  dote  in  bel  contante 

Rimediavo  ad  ogni  cosa  ; 
.         I  miei  debiti  pagavo 

E  tornavo  ad  esultar,) 
Elv.  e  Rin.  Quella  nube  che  off'uscava 

L'avvenir  dei  nostro  amore^ 

Or  la  sorte  dileguava 

Discacciando  ogni  timore  : 

Dal  piacer,  dalla  speranza^ 

T5rna  V  alma  ad  esultar, 
DoM.  (È  rimasto  di  granito 

Al  vedere  quei  signori  : 

Com'  è  brutto  Y  uom  fallito 


-    e34  — 


Quand'  è  in  mezzo  a'  creditori  ! 
Chi  direbbe  un  nobil  uomo 
Esser  debba  quello  là.) 
RiN.  {a  Domenico)  Dunque  ? 
DoM.  Lo  mando  al  diavolo 

Conte  Parola  avete  dato 

DoM.  D'  avere  un  nobil  genero^, 

Ma  non  un  disperato. 
Elv.  {prendendo  per  mano  Rinaldino) 

Padre  mio,  siate  indulgente, 
Consentite  al  nostro  amore. 
DoM.  {sorpreso)  Con  chi  mai?...  con  quel  d'Oriente  I 

Cos'  è  questa  novità  ? 
RiN.  {smascherandosi) 

V'ingannate,  mio  signore. 
Io  non  son  che  Rinaldino. 
DoM.  Rinaldino  i ... 

RiN.  Per  parlarvi 

Mi  vestii  da  Levantino; 
Altrimenti,  a  voi  dinanzi 
Non  osava  comparire. 
DoM.  (Fa  r  umile,  il  bricconcello. 

Dirà  poi  la  verità  ?) 
{a  Rinald.  e  ad  Elvira) 

V'appressate,  buona  lana; 
E  voi  pure,  signorina. 
Faccia  men  la  modestina. 
Alzi  gli  occhi  . .  e  ascolti  me. 
V*  amerete  ? 
Elv.  e  Rin.  Eternamente. 
DoM.  Proprio,  proprio  ? 

Elv.  e  Rin.  Ah  padre  I  Si. 

DoM.  Siate  felici,  e  al  diavolo 

Sen  vada  ogni  rancor. 
Elv.  e  Rin.   Di  gioia  esulta  l'anima 

E  fa  balzare  il  cor. 
DoM.  Ed  ora,  caro  amico. 


—  35  — 


0  paghi,  0  vada  in  carcere: 

Io  so  quello  che  dico.,. 

Non  falla  il  Potestà. 
Conte  (Svanito  è  il  sogno  splendido^ 

Ritorno  nel  dolor.) 
Coro  Signor,  v'  aspetta  il  carcere 

Serbato  al  debitor.  {Il  conte  parte,  se- 
guito da  alcuni  creditori) 

Elv.  {a  Rinaldino) 

Con  Tamor,  con  la  costanza^ 
Noi  sfidammo  il  rio  destino; 
Non  fu  vana  la  speranza 
Perchè  giunse  il  lieto  di. 
A  te  unita,  niun  dolore 
L'  alma  mia  toccar  potrà. 
{agli  altri)     Fate  evviva  al  nostro  amore. 
Alla  nostra  fedeltà. 
Coro  e  Dom.  Cosi  ognor  sorrida  il  fato 
Alla  vostra  fedeltà. 


FINE.